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domenica 2 febbraio 2014

L'assordante fragore del silenzio



Dicono che le parole fanno male...e allora i silenzi??



Non parlo ovviamente del silenzio inteso come raccoglimento interiore o quello che si può ricercare come estraniamento dal caos, ma dell'atto volontario di chi potendo parlarci decide di non farlo più. In questo caso chi si sottrae al dialogo non solo ci umilia ma ancor peggio ci nega. 
Il silenzio è una ghigliottina impietosa, la materializzazione di un'assenza, la sensazione del buio che avvolge o del vuoto che inghiotte. Non c'è dubbio interpretativo nel silenzio se non la pura e semplice negazione della parola. 
E le parole non sono che ponti gettati tra noi e gli altri. La parola quand'anche violenta o dolorosa è comunque un dono, non dice semplicemente che esistiamo ma che siamo considerati. Si pensi al potere della musica e della parola per chi è in coma, tema così ben rappresentato nel film di Pedro Almodovar "Parla con lei".
Quando non ci sono più parole allora sì che si è davvero soli. Si continua a vivere o a 
sopravvivere, ciascuno nel suo regno o nel suo stagno, con l'anima più spenta, sapendo che una parte di noi appartiene alle Tenebre. 
Come le monadi di Leibniz, "senza porte e senza finestre", impariamo cos'è la metafisica della solitudine, mentre la nostra vita si dispiega nell'assordante fragore di un silenzio.

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